Vacanze forzate - Silvia Salda
Avevo fatto i conti: mi mancavano ancora sette estati da trascorrere al mare con la famiglia, prima di compiere diciotto anni ed essere libera di non mettere più piede in quel paesino di mare che i miei amavano tanto. Lo aveva detto la mamma, quando fossi stata maggiorenne avrei potuto decidere da sola, ma fino a quel momento le vacanze “al paese” avrebbero contemplato la mia presenza ogni estate per quattro settimane.
Il problema pareva essere solo mio; i miei fratelli senza alcuno sforzo riuscivano ad entrare ed uscire dalle compagnie e dalle enormi bande che si formavano ogni estate sulle spiagge. Bastava una palla, il più coraggioso organizzava una partita a calcio e il gioco era fatto. I ragazzi iniziavano ad essere definiti in casa come “amici” e i miei fratelli uscivano al mattino e tornavano la sera, con una breve pausa di un’ora per il pranzo, fino alla fine delle vacanze.
Io non ero mai stata così. Tanto per cominciare ero timida e di solito non piacevo subito alle ragazze della mia età perché passavo molto tempo a guardarle a distanza, cosa che naturalmente le infastidiva. Amavo più di ogni altra cosa leggere e guardavo pochissima televisione: non ero mai aggiornata sugli ultimi telefilm che tutte guardavano e così nei loro discorsi recitavo la mia parte di ragazzina silenziosa e forse un po’ intellettuale.
Adoravo il mare e la spiaggia, soprattutto al mattino presto e alla sera, quando tutti tornavano a casa e rimanevano solo i bagnini a riordinare le sdraio e rastrellare la sabbia. Mi piaceva guardare il mare, ma più di ogni altra cosa mi piaceva ascoltarlo. Lo immaginavo come una persona, imponente e dalle braccia così lunghe da essere in grado di abbracciare interi paesi. Mi piaceva stare a sentirlo quando era tranquillo, ma ancora di più quando era arrabbiato e si alzava, diventava scuro, rumoreggiava e schiumava come un cane inferocito. Io mi sedevo sul molo e ascoltavo in silenzio, come mi aveva insegnato a fare il Papà, che quando si infuriava urlava come un matto, faceva domande ma non voleva risposte e diceva che noi bambini in quei momenti dovevamo solo stare zitti perché era una questione di rispetto.
Le mie giornate al mare erano noiose e più che altro mi limitavo ad accompagnare i miei genitori a trovare parenti e amici o a fare passeggiate per il paese. Uno dei giochi preferiti della mamma sembrava essere quello che io chiamavo “La conta dei morti”. Consisteva nel girovagare per le vie notando tutti i cambiamenti che intercorrevano tra l’anno in corso e il precedente. Quell’anno la polleria del Santino aveva chiuso, la gelateria del Donato era sicuramente fallita, la signora Emilia che affittava le camere aveva smesso perché il marito aveva avuto un infarto e non si era più sentita di continuare. All’entrata del paese avevano aperto un supermercato e la pizzeria L’onda addirittura era stata sostituita da un ristorante cinese. Una vera tragedia per mio padre, che in quel ristorante aveva saputo di aspettare il suo quarto figlio solo pochi anni prima.
Un giovedì la zia Rosina mi diede uno dei suoi consigli “salvavacanze”, come li chiamava lei: - Dovresti metter su un bel mercatino sul muretto della spiaggia. Ci passa molta gente e vedrai, non solo ti terrai impegnata, riuscirai anche a guadagnare qualcosa! -
Il primo giorno l’idea mi sembrò stupida, il secondo avevo già un elenco di oggetti che avrei potuto racimolare e vendere. Il terzo giorno iniziai con entusiasmo l’allestimento della mia nuova attività. In effetti le mercanzie non mi mancavano: conchiglie di ogni forma e colore, vecchi fumetti che avevo già letto e riletto decine di volte, braccialetti di cotone e di perline che confezionavo in pochi minuti, sassi e vetri resi lisci dal mare come piccole pietre preziose.
Aprii il mio mercatino sul muretto dei bagni “Da Rino”, vicino all’entrata, così che tutti avrebbero dovuto passarci davanti e notarlo. Nelle prove che avevo fatto nei giorni precedenti in solitudine tutto era facile: la gente si fermava ad ammirare i miei oggetti, commentava ad alta voce la novità del mio piccolo banco e io vendevo così tanto da dover chiudere sempre nel primo pomeriggio per “esaurimento della merce”. (addirittura qualche volta prendevo prenotazioni per il giorno seguente…)
La realtà non fu però questa e come venditrice, dovevo ammetterlo, ero proprio negata. Me ne stavo a una distanza di tre metri dal muretto come se fossi stata solo un’osservatrice o una persona di passaggio. Qualcuno si fermava ma all’ultimo momento mi mancava il coraggio di andare a parlare con i miei “clienti” e facevo finta di allontanarmi, fino a che naturalmente questi se ne andavano, continuando la loro passeggiata o entrando alla spiaggia.
In due giorni avevo venduto solo sette oggetti: due Topolini alla zia Rosina che era venuta a vedere come procedeva l’attività, un braccialetto alla figlia del bagnino e dei sacchettini di conchiglie rosa a due amiche della mamma.
Fino a che arrivò lei e tutto cambiò.
L’avevo già vista in quei primi giorni: era molto più alta di me, anche se doveva avere più o meno la mia età. I suoi capelli erano probabilmente lunghi e biondi, ma si vedevano poco, perché portava sempre un cappello rosso da ragazzo che li raccoglieva quasi tutti.
Era passata davanti al muretto diverse volte, aveva rallentato il passo e aveva guardato i miei oggetti di sfuggita, come se non le importassero molto. Ma aveva cercato il mio sguardo e qualche volta lo aveva incrociato velocemente, prima di continuare la sua passeggiata. Fino a che, una mattina si avvicinò e iniziò a parlare, come se mi avesse sempre conosciuto:
- Ma cosa speri di vendere se te ne stai lì in un angolo a quella distanza? Fai prima a sbaraccare tutto e lasciar perdere… i miei hanno un banco di biancheria al mercato, se facessero come te non avremmo nemmeno i soldi per mangiare…adesso ti faccio vedere io come si fa… a proposito mi chiamo Marta, piacere… tu procuri gli oggetti e io li vendo, quello che guadagniamo lo dividiamo in parti uguali, ok? -
In un momento prese in mano la situazione. Quello sì che era vendere! Chiamava le persone, le invitava a guardare, provava i braccialetti sul polso delle ragazze facendo loro dei complimenti, inventava su due piedi sconti e offerte speciali di cui non avevamo parlato… Le signore ridevano, si lasciavano condurre dalla disinvoltura di Marta e partecipavano volentieri al gioco in cui la ragazzina le coinvolgeva.
In mezz’ora lei riuscì a vendere più di quanto fossi riuscita a vendere io in due giorni e a mezzogiorno dovemmo davvero chiudere per mancanza di oggetti da esporre.
Nei giorni successivi sempre meglio, perché la voce di quella ragazzina spavalda e sicura di Sé che vendeva cianfrusaglie al muretto dei bagni 39 si sparse tra gli ombrelloni suscitando curiosità. Eravamo una coppia perfetta: io raccoglievo oggetti e materiali, confezionavo piccoli gioielli nel mio angolo lontano tre metri dalle persone e lei si faceva carico della parte che non ero in grado di affrontare da sola, quella della vendita. E quando esagerava o alzava troppo la voce e mi faceva vergognare potevo ancora allontanarmi o nascondermi per qualche secondo!